Olio su tela

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7 Novembre 20230

Il 2 Agosto, per la festa del Perdono, Giastin si reca in vacanza ad Assisi con la sua famiglia per una settimana in occasione della rappresentazione del musical “Il saio di Francesco”, scritto da don Ricciotti ed Angelo Gualano e recitato dai ragazzi della parrocchia di San Marco in Lamis.

La sua passione per la bellezza della natura trova piena soddisfazione nei colori e nella dolcezza dei paesaggi umbri. Dal finestrino della macchina osserva i campi e le colline ondulate e rimane colpita dai colori vivaci di un campo di lavanda e di un campo di papaveri. Appena tornata a San Marco in Lamis, dipinge queste due tele ovali per conservare per sempre il ricordo di quei luoghi incantevoli. Fotografa con gli occhi i due paesaggi e li riporta esattamente così com’erano. Essi rispecchiano il desiderio di libertà di Giastin che la portava a spaziare libera con lo sguardo e con la mente fra un campo e l’altro senza separazioni e steccati. La sua è una visione unitaria sul tutto, come se lei stesse volando sul mondo. Attraverso i suoi quadri Giastin desiderava richiamare l’idea del sogno e per questo prediligeva i colori chiari rispetto a quelli scuri, scegliendo l’azzurro per le montagne anziché il marrone o il grigio.

LA LAVANDA

Nella tela “La lavanda”, stesure di colori accesi e contrastanti, che ricordano Van Gogh, pittore che Giastin amava, distinguono nettamente quattro piani: dal marrone della terra all’estremità in basso, si passa al viola luminoso e profondo della lavanda che risalta fortemente grazie all’accostamento con il giallo vivo del campo sovrastante, per terminare con l’azzurro del cielo in cui si fondono le montagne. Il verde scuro della vegetazione fa da trait d’union fra le diverse campiture. Tre tronchi in lontananza, uno più indietro in dissolvenza, due più grandi davanti quasi sullo stesso piano, abitano il campo giallo. Forse rappresentano proprio loro tre, Rosaria un po’ più indietro perché era già volata al cielo, Giastin e Cosimo avanti sulla stessa linea. La sua firma è nel giallo, ovvero nella luce, che è presenza di Dio nel mondo.

I PAPAVERI

Anche “I Papaveri” sono suddivisi da quattro piani di colori brillanti: il verde dell’erba è accostato al rosso dei papaveri e al giallo segue il blu diluito del cielo. Nel campo di papaveri si distingue una casetta, senza finestre nè porte, luogo chiuso in cui lei si riconosce perché appone la sua firma proprio lì, come a voler rimarcare  il suo “essere nel mondo ma non del mondo”.



21 Luglio 20230

E’ una delle ultime tele di Giastin, venduta dopo la sua partenza per il cielo. E’ stata esposta solo nelle retrospettive a Palazzo Dogana a Foggia e al Museo Diocesano di Otranto.

Il messaggio che Giastin vuol trasmettere attraverso questa immagine  è che l’uomo non sarà mai solo perché Dio è sempre con lui.  La sua presenza si fa viva e concreta attraverso il sole, la terra e tutta la natura che lo circondano.

L’albero, apparentemente isolato, dipinto al centro del quadro, è rigoglioso e verdeggiante come il prato in cui è innestato. Rappresenta l’uomo, che trae origine e nutrimento da radici tripartite che rimandano alla Trinità.

La terra genetrice è il Padre, come nella tela Trinità, luogo in cui Giastin ha posto la sua firma come segno di appartenenza. Per sottolinearne la ricchezza, usa il dorato per dare luce alle sfumature di verde che ravvivano e impreziosiscono il prato brulicante di vita.

In questa e in tutte le sue ultime tele, il cielo è rosso, non sappiamo se si tratti dell’alba o del tramonto, ma certamente parlano di un passaggio, da una dimensione ad un’altra. Le striature di colori vivi ma diluiti, trasmettono l’idea di una dolce atmosfera silenziosa e serena.

Giastin e i suoi fratelli sono cresciuti nella piena consapevolezza che la loro vita terrena sarebbe stata breve e che presto sarebbe giunto il momento di lasciare tutto e tutti per abbracciare Dio. La piena fiducia nell’amore infinito di Dio per loro aveva sempre reso dolce e sereno il pensiero di raggiungere il cielo con un paio d’ali che pian piano spuntavano sulla loro schiena, come insegnava la mamma a Giastin fin da piccola.



10 Settembre 20220

Giastin aveva quindic’anni e si era innamorata per la prima volta e la mamma Carolina se ne era accorta senza che lei gliene avesse parlato. Così, nel vederla triste e sognante, con il sottofondo del brano di Rita Pavone Cuore, la mamma la aiutò a confidarsi fra balli e canti, risate e lacrime. Giastin chiese alla mamma come fare ad accorgersi di essere innamorati e lei rispose:

 “Semplice Giastin, ti batte forte il cuore, ti tremano le gambe” e lei: “Mamma, ma così è una fregatura per me (…) ho sempre l’aritmia e le mie gambe non si muovono…”, (…) “Giastin, te ne renderai conto anche senza sentire le tue gambe, penserai a lui, vorrai sempre vederlo e via dicendo” e lei “Sai mamma, di me non si innamorerà mai nessuno.” ed io le risposi: “Vedi tesoro mio, chi ti amerà sarà per sempre, perché si innamorerà della tua anima.” e lei: “Sai mamma, mi piace un ragazzo ma anche se mi dicesse che mi ama io direi di no; sai per me la vita è bellissima, qui in questa casa; non uscire per nove mesi per me è tutto normale e bello, ma per lui sarebbe una prigione. E’ meglio che non si innamori nessuno di me.” L’abbracciai forte, sentivo che stava male, io non potevo aiutarla, così mi disse: “Grazie mamma, tu capisci sempre tutto”. L’indomani si fece dare una nuova tela, voleva dipingere e così le diedi tutto; dopo un po’ mi chiama e mi dice: “Mamma, questa sei tu”. Guardando la tela le dissi: “Non credevo di essere una palla”, lei scoppiò a ridere: “Ma che dici mamma”. Mi spiegò il dipinto e mi disse: “Tu sei la mia luce nella tempesta, grazie per ieri mamma, ho capito tante cose” ed io: “Che sei innamorata” e lei: “Una cottarella, saprò di essere innamorata solo quando sento che lo amo, non dico come Gesù, ma si deve avvicinare. Per ora il mio fidanzato è Gesù” e poi ridendo disse: “Gesù, dopodomani è San Valentino, che mi regali?”.

(Tratto da Rosaria, Giastin e Cosimo Gravina, I tre vulcani della gioia)

Il quadro, quindi, rappresenta una tempesta in cui appare il sole a placarla, ma rispetto agli altri quadri, il sole non è Dio, ma la mamma Carolina. Dallo sfondo blu scuro, con un vortice, il sole espande la sua luce con fasce lineari che si fondono con il cielo creando delle sfumature a linee orizzontali di azzurro, che gradualmente passa dal centro più chiaro ai bordi neri. Il sole dolcemente sospinge indietro l’oscurità che sembra indietreggiare formando delle curve, come il sipario di un palcoscenico che si apre. I colori sono molto corposi e la stesura distesa e lineare restituisce allo sguardo  serenità e pacatezza. La firma è posta nel fascio di luce azzurra centrale, ad indicare la sua sapiente capacità di riconciliarsi con se stessa dopo essersi lavata in un amore più grande, passando per la sofferenza, ma uscendone con animo erto e proteso verso Dio.



8 Febbraio 20220

Terminata la prima mostra del 2002 a San Marco in Lamis, i quadri erano stati rapidamente tutti venduti. Una coppia di sposi, conoscenti della famiglia Gravina, desiderava avere un quadro ma non aveva fatto in tempo ad acquistarne uno dalla mostra. Giastin, quindi, pensò ad una tela per loro dal titolo Umiltà,  perché a suo avviso si distinguevano per umiltà e bellezza d’animo. I due tronchi rappresentano questi due sposi, che umilmente, anche con i propri limiti ed i propri difetti, vivono lasciandosi illuminare dal sole, che come sempre è Dio, lo Spirito Santo. Come il sole in questo paesaggio, Dio è il centro, la fonte di ogni bene dell’essere umano.

Il cielo illuminato dal rosso, dall’arancione e dal giallo, domina la scena con colori densi e sovrapposti, mentre il bianco del sole arriva sui tronchi fin quasi a consumare i loro contorni e a modellarne le forme, come lo Spirito Santo plasma le nostre anime e le fonde in Lui. Gli alberi con un movimento sinuoso e un ritmo danzante contorcono il tronco e con i rami sembrano abbracciare la luce.

La sua firma è nella terra, cioè nel Padre che ci dà vita.

“Siamo nel mondo così come siamo”, diceva a sua madre. Nella descrizione degli alberi secchi, apparentemente morti, Giastin è fortemente autobiografica: nonostante la sua malattia, le deformità del suo corpo, resta nell’umiltà di accogliersi e di vivere così com’è, senza pretese o aspettative di guarigione fisica, lasciando danzare la sua anima nutrendosi di Dio. I suoi limiti fisici, come i limiti di ogni persona, non sono un ostacolo a vivere in pienezza, perché tutto ciò che serve per essere felici viene dall’alto. Poco prima di morire, nel 2004, infatti scriveva: “Nessun uomo è prigioniero dei propri limiti se la sua mente è libera di volare”.


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15 Novembre 20210

La famiglia Gravina trascorreva il periodo dell’anno che va dall’autunno alla primavera in casa a San Marco, per evitare che i tre fratelli, Rosaria Giastin e Cosimo, contraessero le normali malattie respiratorie che sui loro corpi malati si trasformavano in patologie molto gravi che avrebbero potuto portarli alla morte. L’estate rappresentava per loro un periodo dell’anno meraviglioso durante il quale poter uscire, stare all’aria aperta e andare al mare. Ogni anno i loro genitori affittavano un appartamento piuttosto grande al mare, di solito a Marina di Lesina,  dove trascorrere le vacanze insieme a tutti gli amici che desideravano unirsi a loro. La gioia e il divertimento erano grandi e questa tela intitolata Infinito, può farci immaginare il senso di libertà e gioia che Giastin e i suoi fratelli provavano nello stare al mare dopo un freddo inverno chiusi in casa.

Il quadro si intitola Infinito perché, quando Giastin era in mare, riusciva a muoversi autonomamente e desiderava così tanto prolungare all’infinito quella sensazione di libertà che le dava il movimento autonomo da  non voler mai terminare il bagno. Bisognava litigare per farla uscire dall’acqua!

In questo quadro primeggia al centro la sua parte umana, che è rappresentata dal mare, dove appone la sua  firma, mentre il sole, che rappresenta Dio, è decentrato, anche se i suoi raggi luminosi fanno risplendere con bagliori chiarissimi, il blu acceso del mare e il nero degli scogli.

Il cielo ha i colori dell’alba che Giastin amava ammirare svegliandosi spesso alle tre del mattino per recarsi sulla spiaggia a vedere il sole sorgere dal mare. E davanti a questa immagine anche noi possiamo ammirarlo attraverso il suo sguardo pieno di amore e di meraviglia.


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5 Novembre 20210

Questo quadro è fra gli ultimi dipinti di Giastin, preparato per una mostra che non è mai riuscita ad allestire.

Due alberi ben distinti, che rappresentano genitore e figlio, hanno i tronchi uniti in un solo punto alla base. La loro unione durerà poco, in quanto sono destinati ad una completa separazione. Giastin vuol comunicare che  madre e padre devono lasciar andare via il proprio figlio perché in questo consiste la vera maternità e paternità. Anche se il titolo fa riferimento alla maternità, il quadro non rappresenta solo la figura materna perché Dio è madre e padre e la genitorialità deve ispirarsi a quella di Dio verso l’uomo. Il tronco piccolo più in ombra prende luce dall’albero grande illuminato dal cielo e la posizione delle due chiome, lascia intuire una grande tenerezza di sguardi. I tronchi sono molto robusti, come sempre nei quadri di Giastin, perché rimandano alla forza e alla solidità dell’amore che unisce genitori e figli, ispirato all’amore che unisce Dio all’uomo. Il cielo alle luci dell’alba ha un aspetto striato, dovuto  al colore diluito che conferisce all’immagine un’atmosfera rarefatta e irreale.

Per la prima volta Giastin introduce il colore oro nel cielo e nell’erba, a simboleggiare la ricchezza spirituale che i genitori donano ai propri figli per andare nel mondo e per questo appone la sua firma nella terra, per testimoniare quanto di prezioso ha ricevuto da sua madre e suo padre.


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19 Ottobre 2020

Dipinto per la sua famiglia composta non solo dai genitori e dai fratelli, ma anche dai nonni, gli zii e i cugini, è il quadro che meglio esprime l’amore e la gratitudine che Giastin nutriva per tutti loro.

Al centro della tela traccia un sentiero dritto in discesa che si confonde con una cascata rapida e sovrabbondante d’acqua. Così Giastin descrive la sua vita, un fiume in piena lineare e sovrabbondante di esperienze, illuminata e strettamente legata a Dio che come un sole vigila su di essa e la irradia di luce e di colori.

Ai lati del sentiero una foresta di alberi dal tronco robusto e la chioma rigogliosa riempie la tela a simboleggiare che la sua famiglia ha arricchito e impreziosito tutta quanta la sua esistenza. Giastin vede la sua vita come un’esplosione di colori vivaci e diversi come quelli delle chiome variopinte degli alberi, il rosa del cielo e le pennellate nitide del sole. La sua firma è posta all’interno della chioma di un albero proprio perché lei stessa si riconosceva nella vitalità e nella bellezza della chioma che deriva dal tronco.

I tronchi hanno una forma particolare: allargati in basso ad indicare la concretezza e l’attaccamento alla realtà che hanno i suoi genitori, e slanciati verso l’alto, ad indicare che hanno avuto sempre lo sguardo rivolto verso il cielo. Questo dipinto è il grazie di Giastin ai suoi genitori per averle donato e fatto vivere una vita meravigliosa e ricca.


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1 Giugno 2020

Giastin era solita preparare qualsiasi evento per tempo perchè era cosciente che la sua vita poteva finire da un momento all’altro. Così, alcuni mesi prima che sua madre Carolina compisse quarant’anni, le domandò quale regalo preferisse ricevere da lei per il suo compleanno. Giastin pensava di usare il suo salvadanaio per comprarle un dono che le sarebbe rimasto per sempre, un oggetto prezioso in oro ad esempio. La mamma, invece, le chiese una tela molto grande (70X120 cm), che rappresentasse la Trinità da appendere a capoletto. In un primo momento Giastin si illuminò in viso per la gioia, ma quando seppe delle dimensioni impallidì per il timore di non riuscire ad ultimare il lavoro per il giorno della festa.  Carolina la incoraggiò dicendole di non avere fretta; che non era importante completare il quadro per il giorno del suo compleanno e che le bastava sapere che lo stava dipingendo per lei. La ragazza accettò la sfida con se stessa e si mise a lavoro: una tela così  grande non l’aveva  mai realizzata. Per raggiungere le parti della tela più distanti, fece creare una prolunga al pennello da tenere in bocca e guidare con l’aiuto della mano.

La tela fu completata in sole due settimane! La sua grande forza di volontà non si era abbattuta davanti a questo ostacolo: mai rinunciava ad un traguardo senza aver prima tentato il tutto per tutto per raggiungerlo e questo la sua mamma lo sapeva bene.

Descrizione

Gesù, il Figlio, è rappresentato in questa tela dall’albero: un albero spoglio, perché nella sua vita terrena ha dato tutto se stesso per amore, senza trattenere nulla di sé. Il tronco tortuoso e massiccio, che sembra essere quasi in movimento, suggerisce un’idea di grande forza e vitalità, mentre i rami si dilatano in tensione verso lo spazio circostante occupandolo quasi per intero, come Gesù che con il suo amore ha abbracciato tutta l’umanità.  Le tre radici che emergono dalla terra hanno un valore simbolico e affermano che la vera forza dell’ operato di Cristo è l’unità con il Padre e lo Spirito Santo. Nel dipinto Dio Padre è raffigurato dalla terra, ampia e verde, anch’essa brulicante di vita, che genera il figlio e gli dà nutrimento attraverso radici robuste e ben aggrappate ad essa. Le sue dolci ondulature rotondeggianti richiamano nella forma la circonferenza nettissima del sole, posto esattamente dietro all’albero, che simboleggia lo Spirito Santo. Il sole spicca nella sua luce chiarissima unendo con bianchi riflessi albero e terra. Giastin voleva così sottolineare che l’Amore puro dello Spirito Santo unisce il Padre e il Figlio.

In una pagina del diario, scritta il 15 febbraio del 2004, pochi giorni prima di morire, Giastin spiega che valore ha il sole in tutte le sue tele:

…Nella maggior parte dei miei quadri c’è raffigurato il sole, che per me rappresenta Dio, come colui che è al di sopra di tutto, come fonte di vita, come qualcosa di cui non si può fare a meno. Lo disegno sempre al centro perché è al centro della vita di tutti. Io spero sempre di trasmettere questo. Spero che dopo aver visto i miei quadri qualcuno accolga Dio nel suo cuore.

I colori scelti, intensi e brillanti, creano una forte unitarietà fra tutti gli elementi, che restano ben distinti l’uno dall’altro per la semplicità e la linearità del disegno, come sono distinte fra loro le tre persone della Trinità. La luce dello Spirito Santo invade il cielo rendendolo giallo oro, colore che per Giastin significa gioia di vivere.

L’albero è stato utilizzato da sempre nelle produzioni artistiche, dalle più antiche alle più recenti, con un valore simbolico. E’ un’immagine naturalistica che rimanda facilmente alla figura di Cristo ponte fra Dio e gli uomini, per il forte legame alla terra e la sua espansione verso il cielo. L’albero della vita, ad esempio, è una delle rappresentazioni più diffuse e conosciute fin dal Medioevo, quando l’albero si identificava spesso con Cristo e con la croce. In questo dipinto di Giastin le radici non sono nel mondo terreno, ma in Dio e i rami illuminati dallo Spirito Santo vanno incontro allo spazio, cioè all’umanità.

Giastin amava in particolare Van Gogh, e lo aveva studiato con passione. In lui apprezzava le scelte cromatiche e la tecnica di sovrapposizione di più strati di colore. Il grande autore fiammingo ha rappresentato alberi in diversi dipinti, ma Giastin non si identificava in nessuna corrente pittorica, né associava la sua arte ad alcun pittore. Lei stessa in una lettera ad un suo amico di nome Antonio si definiva così:

…Io sono una pittrice acerba, ma il mio linguaggio tu l’hai capito pienamente, infatti io cerco sempre di esprimere l’amore nei miei quadri, quell’amore che provo per la mia vita, la vita che vivo ogni giorno, ed ogni giorno mi regala nuove emozioni… Spero che ogni persona non mi identifichi in una tecnica o in una forma, ma in tutto l’amore per la vita che c’è in ogni figura, che sia astratta o paesaggistica.

Notiamo, infine, il luogo dove Giastin appone la firma nei suoi quadri, diverso da tela a tela perché legato alla parte del quadro in cui più si riconosceva in quel momento. Qui la firma è posta nella terra, cioè nel Padre, a confermare la consapevolezza di Giastin di essere fatta a immagine di Dio.


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31 Maggio 2020

Si tratta di un quadro realizzato come dono di nozze per due amici, Antonietta e Antonio, che si sarebbero sposati l’anno successivo. Giastin preferiva anticipare sempre la realizzazione di un quadro per commissione o per un evento particolare, perché temeva di ritornare in cielo prima di averlo ultimato. Per questo motivo dipinse la tela molti mesi prima.  Nel quadro la firma è posta da Giastin in una parte un po’ nascosta, perché sentiva che non avrebbe vissuto quel matrimonio, che non sarebbe riuscita a partecipare all’evento: infatti morì quattro mesi prima.

I due alberi rappresentano gli sposi uniti l’uno all’altra da un solo rametto, in quanto il matrimonio è solo l’inizio di un lungo viaggio che li condurrà ad unirsi sempre di più con la condivisione piena della vita e della quotidianità. Gli alberi hanno le tre radici esterne che ritroviamo in molti dei suoi quadri e che fanno riferimento alla Trinità, intesa come sostegno della vita dell’uomo e, qui, della nuzialità. I tronchi robusti e attorcigliati su loro stessi trasmettono un’immagine di forza e di spinta verso l’alto. I due alberi fanno da cornice al sole, fulcro del quadro posto al centro, che simboleggia lo Spirito Santo, a indicare che il cammino di unità che compiono gli sposi è possibile grazie all’amore che deriva dallo Spirito. Solitamente Giastin pone il sole al centro delle tele perché per lei indica Dio e la sua centralità nella vita dell’uomo. Con grossi fasci di luce bianca i due alberi illuminati dal centro verso l’esterno, riflettono i raggi solari.

I colori sono molto densi e brillanti. Le tonalità scelte, e che spesso ricorrono nei suoi quadri, sono il verde e il rosso (complementari che accostati donano luminosità e vivacità all’immagine), il giallo, colore tanto amato da Giastin perché trasmetteva per lei gioia di vivere, il bianco dei riflessi di luce.

Il fine che Giastin vuole raggiungere attraverso i suoi dipinti resta sempre quello di avvicinare altre persone a Dio, trasmettendo la bellezza della sua vita illuminata dalla fede.


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24 Ottobre 2016

Giastin dipinge questa tela per la sua prima mostra intitolata Il volo, tenuta a San Marco in Lamis nel 2002.

Qui per la prima volta rappresenta un albero con la chioma che simboleggia la croce di Cristo. Di solito preferisce assimilare alla figura di Gesù un albero spoglio ad indicare che Cristo ha dato tutto di sé per amore.

In questa rappresentazione, invece, Gesù attraverso la croce, cioè il tronco, ha vinto la morte e ha generato vita, simboleggiata dalla chioma che ha la forma di un calice. Dal calice la vita eterna che scaturisce dalla croce è donata a tutta l’umanità attraverso l’Eucarestia che qui è raffigurata dal sole.

Giastin sentiva l’Eucarestia fonte di vita per sé, per questo motivo appone la sua firma proprio nel sole.

L’albero non ha radici emergenti all’esterno per rimarcare il suo legame stretto con la terra, che rappresenta, come nella tela La Trinità, il Padre.

La scelta cromatica ricade come sempre su colori molto brillanti e luminosi; l’accostamento dei complementari verde, della chioma e della terra, e rosso, nelle sfumature del cielo, rende il quadro molto vivo e gioioso. Il colore del cielo è mutato dalla luce del sole nelle sfumature del rosso e del giallo, che per Giastin indica la gioia di vivere qui originata dall’Eucarestia.